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Thursday, 9 August 2012

Le inutili proposte del governo per abbattere il debito

L'Italia è in recessione del 2.5%, come per altro avevamo già anticipato. L'economia va male in molte parti d'Europa, dalla Spagna alla Grecia alla Gran Bretagna e presto potrebbe entrare in recessione anche la Francia, quindi si tratta di un problema generale e non solo italiano. Ma le responsabilità del governo sono enormi, con manovre fiscali che hanno avuto il solo obiettivo di rimetter momentaneamente a posto i conti pubblici anche a costo di uccidere l'economia reale - il che porta ad un ulteriore peggioramento delle finanze dello Stato.
Anche il governo deve essersene reso conto ed ha partorito in queste ore un piano per ridurre l'ammontare del debito, un passo fondamentale per riconquistare la fiducia dei mercati e liberare risorse per ora bloccate dal servizio del debito. Purtroppo il piano del governo è destinato a fallire miseramente e potrebbe addirittura peggiorare la situazione. L'idea di Monti (o meglio, quella di Amato e Bassanini) è ridurre il debito attraverso la dismissione di immobile e la vendita di partecipazioni statali. Ma è difficile pensare che queste misure da sole possano bastare.
Per quanto riguarda gli immobili, già in questi anni le aste delle caserme dismesse sono andate deserte. Nessuno ha liquidità, o coraggio, per investire in grandi operere edilizie. Ed anche il mercato delle case è in crollo, data la difficoltà di accendere un mutuo per molte delle famiglie italiane. In una situazione di questo genere il governo finirebbe per vendere sotto prezzo, trasferendo a prezzo scontato risorse pubbliche ai soli in grado di permettersele, i soliti noti che hanno accumulato ricchezze faraoniche nel corso degli ultimi 20 anni.
Per le partecipazioni statali il rischio è anche maggiore. In questo periodo di turbulenza sui mercati finanziari i prezzi delle azioni di molte partecipate, a cominciare da ENI ed ENEL sono scesi e dunque, nuovamente, si tratterebbe di vendere sotto prezzo. Ma vendere poi a chi? Vendere porti ai cinesi? O Finmeccanica agli indiani? Le partecipate statali sono industrie strategiche su cui bisognerebbe investire invece di dismetterle. Proprio ieri il ministro Fornero ha cantato le lodi dell'industria, indispensabile per la ripresa, e noi vogliamo venderla, probabilmente a stranieri, con piani economici che poco avrebbero a che fare con i bisogni della nostra economia?
La strada maestra per ridurre il debito rimane la patrimoniale che il governo invece ostinatamente nega, adducendo effetti recessivi sull'economia. Certo se la patrimoniale colpisse tutte le famiglie indiscriminatamente gli effetti recessivi sarebbero devastanti. Per molte famiglie medio-povere, la maggioranza, una tassa sul patrimonio, come già l'IMU, si tradurrebbe in una tassa sul reddito diminuendo così i consumi. Ma una patrimoniale, alta o molto alta, sui redditi elevati, non avrebbe questo impatto. Come noto a qualsiasi economista, una riduzione della ricchezza privata non ha effetti recessivi, se non marginali, perchè non tocca nè la spesa per investimenti, nè quella per consumi. I ricchi continuano a macinare soldi, le loro entrate non calerebbero, mentre una parte del loro patrimonio verrebbe prelevata dallo stato. In questa maniera si potrebbe far calare in maniera notevole il debito pubblico, magari accompagnando tale misura con dismissioni ad hoc, che potrebbero comunque essere effettuate in un secondo momento con un'economia in crescita e prezzi in salita.
Per altro si tratterebbe di una scelta giusta dal punto di vista etico. In un paese con la diseguaglianza alle stelle, un riequilibrio dei patrimoni, se non ancora del reddito, sarebbe un segnale importante. Una società più giusta è una società più sana, con meno tensioni, meno problemi ed una economia migliore. Ma non pretendiamo da Monti scelte eticamente condivisibili. Ci accontenteremmo che facesse quello che è giusto dal punto di vista economico. Una speranza vana, purtroppo.

Tuesday, 24 July 2012

Danke mr Euro

I numeri a volte servono più di mille parole. Ed allora vediamo qualche numero, iniziando con il surplus commerciale della Germania negli anni dell'Euro:

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgEWH6t7YIVpGk6M0HZOG6r3Y8rPeWmAIc1nNzMF3RSJM6dXoNeO3GVgOel_MB7GcEQ3w6hdyqG36LZ1RPJhjGdeE5-EC9cG2y58AfvB4Ohwm5YKe8_XIKzhNxnQ-g2GskJXqr8KUIvIQ7F/s1600/euro+germany.png


fonte: Sudden Debt

Esattamente in coincidenza con la nascita dell'Euro la Germania ha quadruplicato il suo avanzo commerciale. Bravi loro con le riforme strutturali del governo Schroeder, ma bravo soprattutto l'Euro che ha bloccato la possibilità per le altre economie continentali di svalutare e tenersi competitive. 
Per altro le riforme (leggi: repressione salariale) che hanno reso la Germania così competitiva sono state effettuate in ben altro contesto. Da una parte le economie europee crescevano, assorbendo la capacità produttiva tedesca nonostante una diminuzione dei consumi interna. Dall'altra il governo di Berlino espandeva il suo debito pubblico, infischiandosene dei paramentri di Maastricht:


http://www.economonitor.com/wp-content/uploads/2012/07/Harrison-7-17-12.jpg
Fonte: Ecomonitor

Dal 2000 in avanti la Germania non ha mai rispettato i vincoli comunitari (con l'eccezione del 2007 e del 2011), ma ora ovviamente è inflessibile col debito altrui. In sostanza chiede a Spagna, Italia e Grecia di fare esattamente l'opposto di quello che è stato fatto in Germania, ovvero forzare una deflazine interna senza un internvento anti-ciclico dello Stato e senza il supporto dei propri vicini.
Se guardassero i numeri i tedeschi forse la smetterebbero di fare la morale a tutti e comincerebbero a fare la loro parte.






Tuesday, 22 May 2012

Ma abbiamo veramente bisogno dell'austerity?

In questi mesi ho spiegato diverse volte come l'austerity sia controproducente in quanto induce la recessione ed aggrava di conseguenza lo stato delle finanze pubbliche. C'è anche un altro aspetto che va però approfondito, ovvero la supposta necessità di questa austerity per rassicuare i mercati e ridurre lo spread. Questo è quanto hanno spiegato per 3 anni la UE, la Germania e pure, negli ultimi 6 mesi, il governo Monti. 
Il ragionamento è semplice. I conti pubblici in disordine spaventano i mercati che vendono titoli del debito, aumentando i tassi di interesse. I dati macroeconomici fondamentali sono, in questo caso, il deficit (altissimo in Spagna, molto basso in Italia) e lo stock di debito (alto in Italia ed in Grecia, ma più contenuto altrove). Mettendo mano a questi conti, si potrà rassicurare il mercato, ammettendo per pura ipotesi di scuola che l'austerity davvero possa migliorare deficit e e debito e non, invece, peggiorarli. 
Il problema in questo ragionamento si trova in ciò che ho già accennato ieri. Non esiste nessuna relazione tra tassi di interesse e debito. O meglio, esiste, pur fioca, ma di segno contrario a quello che ci hanno spiegato.


sovereign debt interest rates
fonte: http://www.businessinsider.com/japan-is-never-going-to-default-2012-5
























 Come si vede a debito più alto in realtà tende a corrispondere un tasso di interesse più basso (con la Grecia come unica vera eccezione, statisticamente irrilevante). Nel caso degli Stati Uniti (sotto), poi, i dati sono eclatanti. Ad un aumento del debito corrisponde una decisa riduzione dei tassi di interesse.


image
fonte: http://www.businessinsider.com/japan-is-never-going-to-default-2012
 
Dunque il problema non è il debito e non è neppure il deficit. O quantomeno, al di fuori dell'area euro, deficit e debito non sono problemi urgenti da richiedere una dose massiccia di austerity per ridare fiducia ai mercati. Ma se è così, allora perchè non fissare i problemi legati alla governance dell'euro-zona invece di concentrarsi su variabili che, in condizioni normali, non sarebbero preoccupanti?








Monday, 26 September 2011

Le ricette sbagliate di Scalfari

Ieri su Repubblica, Scalfari ha illustrato i problemi dell'economia italiana, accusando il governo di incapacita', e su questo indubbiamente non gli si puo' dare torto. Ma le ricette che propone Scalfari sono miopi, acciecate dalla polemica politica e con una prospettiva storica sbagliata che non tiene conto dei problemi di struttura dell'economia italiana - e di quella occidentale - che hanno portato alla crisi stessa, ben al di la' delle colpe di Berlusconi.
Scalfari spiega che il problema dell'Italia e' il debito troppo alto - la soglia di sicurezza, sostiene, sarebbe quota 90, ovvero col rapporto debito/Pil in discesa dal 120% attuale al 90%.
Come fare? Giustamente Scalfari scarta l'ipotesi delle privatizzazioni, che gia' Mucchetti sul Corsera aveva stigmatizzato - in maniera assai piu' convincente. Poi scarta la patrimoniale come impraticabile, sbagliando: la fuga dei capitali che il giornalista teme si puo' contenere (e si puo' arrivare anche ad una sospensione temporanea dei movimenti di capitale, ma comunque i patrimoni immobili, per esempio, non sono esportabili all'estero, Scalfari dovrebbe saperlo).
Ed infine Scalfari cala l'asso: "Del resto non fu questa l'operazione messa in atto da Ciampi ai tempi del suo governo nel 1993 in una situazione economica anche allora molto pesante. L'obiettivo di Ciampi fu quello di far emergere un consistente attivo delle partite correnti al netto degli oneri pagati sul debito. Quest'attivo superò il 5 per cento. Quando obiettivi del genere sono raggiunti il debito pubblico comincia a diminuire e continua in quel ciclo virtuoso suscitando effetti di auto-alimentazione perché la diminuzione graduale del debito ne fa diminuire gli oneri e di conseguenza fa accrescere il saldo attivo delle partite correnti."
In effetti, come vediamo dal grafico sottostante (dati fonte Istat)



Si puo' vedere che nel quinquennio 96-2001 il saldo primario fu in avanzo, con una forte riduzione delle spese e una pressione che tocco' il suo massimo sotto i governi dell'Ulivo (poi ri-raggiunta dall'ultimo governo Berlusconi). Il debito si ridusse dal 120.9% al 108.8%. In 5 anni, dunque una riduzione del 12%, a fronte di sacrifici immani. Non si capisce dunque come Scalfari possa pensare di toccare quota 90, cifra che lui stesso pone come obiettivo per rimettere l'Italia in carreggiata. In un periodo di crescita generale dell'economia mondiale, l'Italia ridusse il debito al ritmo di, circa il 2.4% annuo. In una situazione simile - che non esiste, vista la recessione mondiale - ci vorrebbero circa 13 anni per ridurre il debito del 30%.
Ma il problema non e' solo l'infattibilita' della proposta Scalfari, e' anche una ri-valutazione complessiva dell'operato economico dei governi dell'Ulivo. Il padre di Repubblica li vede come una eta' dell'oro a cui dovremmo rifarci. Ma sbaglia. Le cure da cavallo di Ciampi&C. uccisero l'economia reale italiana, con un paese che cresceva meno di tutti i partner europei e mondiali, a causa di un livello troppo alto di tassazione e a causa delle manovre recessive dell'allora governo Prodi. Manovre recessive non certo replicabili adesso nel bel mezzo della crisi mondiale. Allora quelle finanziarie avrebbero potuto aver senso (eravamo in pieno boom economico..) se le risorse liberate si fossero utilizzate per la crescita. Ma non lo si fece e non si instauro' nessun ciclo virtuoso: l'economia, non crescendo, non generava nuove entrate che sarebbero servite per abbassare il debito senza aumentare la pressione fiscale. Ed il blocco dell'economia italiana risale ad allora, ed ai precedenti governi tecnici Amato-Ciampi-Dini. Che fecero lo stesso sbaglio che oggi replica Scalfari. Concentrarsi solo sui conti dimenticando l'economia reale. Quegli sbagli li paghiamo ancora oggi. Scalfari se ne deva fare una ragione.

Friday, 23 September 2011

Troppo poco, troppo tardi

E cosi' la UE ha deciso di aumentare i fondi nella disponibilita' dell'Efsf....
Sicuramente e' una decisione giusta, l'Efsf potra' comprare titoli del debito pubblico dei paesi in difficolta', contentendo lo spread e le tensione speculative sul mercato finanziario.
Al contempo, per l'ennesima volta, la BCE garantira' liquidita' agli istituti di credito in crisi. La situazione per gli istituti di credito sta velocemente diventanto critica, in quanto il loro portafoglio e' troppo esposto verso titoli pubblici a rischio default. Solo negli ultimi giorni la Siemens ha ritirato 500 milioni di euro da una banca francese - Credit Agricole o Societe Generale, il primo passo verso un bank run disastroso; e le 2 stesse banche francesi hanno avuto il rating downgraded, cosi' come diverse banche italiane e greche.
Dunque la UE risponde alla crisi con un aumento di liquidita', per proteggere sia gli stati che le banche. Ma e' una soluzione di brevissimo periodo che nella migliore delle ipotesi rimanda la crisi, ma certo non la risolve. Vediamo perche':

  • Se l'Efsf fosse stato creato lo scorso anno e avesse comprato quantita' massiccie (ma in valore assoluto decisamente modeste) di debito greco, forse si sarebbero tenuti i mercati sotto controllo, si sarebbe evitato l'impennata degli interessi sui titoli greci, irlandesi e portoghesi, ed ora spagnoli ed italiani. Ma si e' voluto intraprendere la strada classica degli aggiustamenti strutturali, i tedeschi urlavano che non volevano pagare per i greci (su questo bisognera' tornare, prima o poi) e che ad Atene dovevano imparare a pagare i loro debiti. Infatti...Ora non c'e' piu' solo la Grecia da salvare.
  • L'Efsf emettera' i suoi bond i cui proventi daranno la liquidita' per comprare sul mercato secondario i titoli dei paesi in difficolta'. Ma in una situazione di crisi, come fara' l'Efsf a raccogliere abbastanza liquidita' per salvare la terza economia dell'area Euro (la nostra)? Emettere troppi bond per acquistare titoli rischiosi portera', inevitabilmente, ad una perdita di fiducia nell'Efsf stesso, che non potra' certo mantenere indefinitamente la tripla A (e ricordiamo che anche la Francia e' gi' a rischio downgrading).
  • Ma soprattutto, il problema del debito e' un problema strutturale in tutti i paesi meditteranei che non sono competitivi dentro una unione monetaria con la Germania e non crescono - e quindi non possono ripagare il debito oggi, e neanche domani. La soluzione che ancora si propone e' l'austerity, quando in realta' ci vorrebbe un massiccio trasferimento di risorse dal nord al sud europa, come in un vero stato federale e non in una unione doganale e monetaria come invece rimane l'Europa. La recessione si combatte con gli investimenti, e non i tagli di bilancio.

L'Europa continua a porre pezze, guadagnare tempo, inventarsi soluzioni di brevissima durata spacciate come miracolose (gia' la creazione dell'Efsf qualche mese fa era stato presentato come the ultimate solution...). Si barcamena creando nuovi strumenti man mano che il mercato la stringe nell'angolo, ma non ha una strategia di largo respiro. Ed il tempo a disposizione sta finendo.

Wednesday, 21 September 2011

Chicken game

La situazione, drammatica, in Grecia, si riassume benissimo con il cosiddetto chicken game:


Dritto
Volta
Dritto
-10, -10
1, -1
Volta
-1, 1
0,0

La situazione e' quella classica di 2 auto lanciate una contro l'altra in una prova di coraggio, il primo a voltare e' un vigliacco (chicken), e perdera' la faccia davanti all'altro (da cui i pay-off negativi per l'individuo A  nel quadrante 3 e per l'individuo B nel quadrante 2). Se entrambi voltano, si salvano ma se contano entrambi sulla vigliaccheria altrui finiranni per schiantarsi e morire tutti e 2. Un gioco senza strategia dominante con 2 equilibri instabili nei quadranti 2 e 3
Cosa c'entra tutto questo con la Grecia? Fino a questo momento, nelle trattative con l'Europa e l'IMF (A) la Grecia (B) ha sempre fatto il chicken, accettando le condizioni imposte (voltando), senza colpo ferire (equilibrio nel quadrante 2). Evidentemente il rischio di fallimento era considerato peggiore a qualsiasi alternativa. Ora pero', con l'austerity che non funziona e la montante pressione sociale, forse il governo di Atene non e' piu' disposto a subire passivamente e si e' messo a giocare a braccio di ferro con l'Europa.
Similmente, l'Europa fino a questo momento ha imposto le proprie condizioni capestro, ma se i greci smettono di accettarle cosa succede? Succede che le banche francesi finiscono sul lastrico, che l'Italia rischia il contagio ed il default e che, a catena, l'euro sparisce. Mentre Atene fallisce e si ritrova con una situazione sociale vicino alla rivolta. Il classico caso di scontro in cui tutti e due i guidatori muiono.
Ma la matrice dei pay-off non e' necessariamente strutturata come e' stata descritta. Da una parte per la Grecia fare ancora il chicken e' insostenibile e, d'altronde, nemmeno funziona, l'austerity ha fallito ed ora se ne propone di nuova..Per la Grecia il nuovo piano di salvataggio ha lo stesso valore del fallimento. Per l'Europa invece, accettare di salvare la Grecia potrebbe voler dire non perdere la faccia ma ridare credibilita' alla UE. Peccato che a Francoforte e Bruxells non lo capiscano e continuino a giocare una partita gia' persa. Inoltre Atene ora ha il coltello dalla parte del manico. Se prima dell'estate un default greco avrebbe potuto danneggiare soprattutto la penisola ellenica, ora e' invece chiaro che il prezzo per l'Europa sarebbe altissimo, probabilmente piu' alto che per Atene stessa.
Ed allora la nuova matrice dovrebbe essere:


Dritto
Volta
Dritto
-100,-10
1, -10
Volta
-1, 1
100 (0),100

Nel primo quadrante, in caso di default greco tutti perdono, ma l'Europa perde di piu'. Nel secondo, nel caso la Grecia accetti il piano, Atene perde, e l'Europa guadagna tempo fino al prossimo evento creditizio. Nel terzo quadrante l'Europa fa il chicken (perde credibilita') ma salva per il momento la moneta unica - ma un semplice bail out senza nuove regole sarebbe una strategia di corto respito.
Nel quarto quadrante, che e' l'unico equilibrio di Nash della matrice rivista, l'Europa salva la Grecia con una nuova strategia - si fa una unione fiscale che tiene sotto controllo le spese dei paesi meditteranei, si danno garanzie ai mercati con gli eurobond sostenuti da BCE e EFSF, si trova la liquidita' per rilanciare le economie in difficolta'. Pay off massimo, ma non percepito dalle istituzioni europee che sono convinte che il risultato di un cambiamento di strategia sia comunque un atto di vigliaccheria (da cui il payoff apparente 0). La Grecia, invece, perderebbe una parte di sovranita' (come gli altri stati) ma rilancerebbe la sua economia ed uscirebbe dalla crisi.
Forse un po' troppo semplicistico. Ma rende bene l'idea del problema cui si trova davanti l'Europa. O cambia, o muore.


Tuesday, 20 September 2011

S&P's ha ragione

D'altronde, si tratta di economia elementare. Il problema del debito non e' il debito in assoluto ma il suo peso relativo rispetto al PIL. Il dato che ci interessa, dunque e' il rapporto Debito/PIL. Ora e' ovvio che la manovra del governo taglia il deficit e dunque riduce, parzialmente la componente debito - non ci saranno nuove spese superiori alle nuove entrate. Questo non basta, pero' a rimettere in ordine la dinamica debito/Pil. Il debito infatti cresce per inerzia, bisogna pagare gli interessi sul debito. Per mantenere il rapporto stabile (a crescita zero), occorre avere un avanzo primario pari agli interessi pagati, che ovviamente non abbiamo. Quindi il debito cresce.
La situazione si potrebbe risolvere solo con una crescita del PIL che, se maggiore di quella del debito ridurrebbe il rapporto tra i 2. Un PIL in crescita vorrebbe anche dire piu' entrate fiscale senza nuovi balzelli, aumentando l'avanzo primario. In buona sostanza, anche un deficit potrebbe essere sostenibile se la crescita fosse superiore all'aumento del debito generato dal deficit.


L'Italia ha scelto invece la via opposta, riduzione del deficit, cioe' controllo del nuovo debito, ma lo ha fatto con una manovra fortemente recessiva (l'aumento dell'Iva, ad esempio, riduce i consumi).
E dunque S&P ha fatto 2+2 e ha rivisto il rating, perche' "riflette la nostra visione di prospettive di crescita indebolita" che "probabilmente limiterà l'efficacia del programma di consolidamento del bilancio in Italia". Tradotto: pareggio di bilancio in 2 anni ma il debito aumenta e la sua crescita non e' pareggiata dalla crescita del PIL. Tasse e balzelli per ritrovarci peggio (in termini di conti) di come stavamo quest'anno. Bel risultato.
Altro che scelta politica di S&P's, altro che colpa dei media. Una manovra fatta di pezze e decisioni estemporanee non poteva che essere bocciata. Si tratta di avere un programma coerente, una strategia per far ripartire la crescita e non per mettere semplicemente a posto i conti nel breve periodo.

Monday, 19 September 2011

Parole o finalmente fatti?

Cosa ha intenzione di fare Obama?
Il nuovo piano per ridurre il debito (ben descritto stamattina da Rampini) prevede tagli ma anche maggiori entrate, soprattutto piu' tasse per i ricchi, la cosiddetta Buffet Rule: i piu' ricchi pagheranno in tasse (sui capital gains, fondamentalmente) almeno quanto pagano i piu' poveri, il 35%. Una svolta positiva, non c'e' che dire, anche tenuto conto di quanto i paperoni americani si siano arricchiti negli ultimi 30 anni.
Ma sara' capace il piu' deludente presidente di sempre a mantenere, almeno per una volta, la sua parola? Non lo ha fatto con la guerra, non con la riforma sanitaria, non con la riforma finanziaria e nemmeno con quella ambientale, recentemente rivista per favorire gli inquinatori. Dobbiamo fidarci? Qualche dubbio in merito lo ho.
Anche perche', leggendo bene l'articolo di Rampini, si capisce che il problema e' fondamentalmente politico, una vera e propria lotta di classe, quella che, diceva gia' 150 anni fa un filosofo tedesco, avrebbe portato alla proletarizzazione della middle class. A me, semplicemente, non pare che questa middle class americana sia in grado di fronteggiare il potere dei ricchi che controllano non solo il GOP ma anche il partito democratico. Plutocrazia, di questo si tratta. Ma la battaglia politica contro questo potere, fortissimo, non si puo' certo farla a forza di compromessi