Showing posts with label crescita. Show all posts
Showing posts with label crescita. Show all posts

Wednesday, 20 June 2012

Lavorare di più?

Il sottosegretario Polillo, silenzioso ormai da troppo, ha lanciato una nuova idea per risolvere i problemi dell'Italia. Visto che allungare l'età lavorativa non basta per far crescere il PIL, possiamo provare in altra maniera, tipo lavorare una settimana in più all'anno.
Che idea brillante! Lasciamo perdere cosa questo vorrebbe dire per la qualità della vita dei lavoratori e per il nostro sistema sociale. Rimaniamo ai crudi numeri. Se l'economia fosse in una situazione di piena occupazione, Polillo potrebbe avere qualche ragione - più lavoro equivale a più investimenti, più produzione, più crescita.
Purtroppo in piena occupazione non siamo. E come mai? Perchè non c'è lavoro, perchè non ci sono prospettive di investimento per gli imprenditori. Non solo non si assume, ma si ricorre in maniera massiccia alla cassa integrazione, cioè i lavoratori sotto contratto vengono fatti lavorare meno di quello che dovrebbero. Basterebbe non avere cassa integrazione per aumentare il PIL. Polillo potrebbe cominciare a parlare con Marchionne, tanto per fare un esempio.
E se pure non ci fosse la cassa integrazione si potrebbe cominciare ad assumere i disoccupati prima di costringere chi già lavora a lavorare di più. Anzi, sarebbe proprio opportuno ridurre i giorni lavorativi ed assumere chi non ha lavoro, dato che l'aumento degli impiegati porterebbe ad un aumento dei consumi che aiuterebbe la produzione.
Lavorare di più, in una economia immobile come quella italiana, significherebbe solo ridurre il numero degli occupati, altro che aumentare il PIL.
Si tratta di considerazioni piuttosto ovvie che non richiedono una approfondita conoscenza dell'economia. Il dubbio è nessuno abbia avvertito Polillo dei dati occupazionali del Paese. O forse è semplicemente un incapace. In ogni caso l'ennesimo tecnico che non sa di cosa parla. La differenza con i politici, se c'è, davvero non si vede.

Friday, 27 April 2012

La buffa storia del patto per la crescita

Se ne parla sempre, in continuazione: dobbiamo rilanciare la crescita. Lo si diceva negli anni passati, lo si dice a maggior ragione ora che l'economia si inabissa e i conti peggiorano col calo del PIL. Ma come dice la canzone, sembran più che altro "parole, parole, parole".
Qualche mese fa, uno dei primi grandi successi diplomatici del governo Monti, l'asse con la Gran Bretagna per rilanciare l'economia. Oggi, nuovo alleato, la Germania, stesso annuncio: avanti con la crescita. Di sicuro il governo non è fortunato nella scelta dei propri partners. Il fallimentare governo di Cameron e Osborne ha appena riportato l'economia inglese in recessione, il tanto temuto double dip che avevo anticipato 15 mesi fa. Ora siamo passati alla Merkel, cioè una delle principali responsabili della crisi europea, quella dei conti pubblici prima di tutto, a costo di ammazzare l'economia. Forse si tratta solo di sfortuna. O forse no, se leggiamo quello che Monti intende per crescita:

“L’Europa ha bisogno di politiche per l’aumento della crescita potenziale, ed evitare politiche che in modo effimero darebbero l’impressione di lavorare per la crescita. [Bisogna evitare] politiche keynesiane di vecchio stampo che favoriscano l’espansione di deficit di bilancio. La crescita potenziale deve fondarsi sulle riforme strutturali” (http://keynesblog.com/2012/04/26/monti-contro-keynes/)

Cioè non c'è nessun ruolo per lo Stato se non quello di liberare le forze del mercato. Le riforme strutturali devono aiutare le imprese ed incentivarle ad investire di più. Un classico del liberismo ideologico, quello che ha portato alla bancarotta dell'America Latina negli anni 80 e 90, al fallimento della transizione nei paesi dell'Europa Orientale, ai problemi di sottosviluppo in Africa. Mentre l'unico vero esempio di crescita sostenuta (e sostenibile) degli ultimi 30 anni viene dalla Cina, dove lo Stato ha affiancato il mercato, lo ha indirizzato, sostenuto, controllato. Nulla da fare, rimaniamo ancorati alle vecchie teorie, alla legge di Say secondo cui l'offerta crea la propria domanda. Teoria che già Marx, Hobson e Keynes svelarono come basata su nessun fondamento empirico. Nei suoi corsi di economia Monti se ne sarà dimenticato.
Diminuire il costo del lavoro (il vero obiettivo della riforma Fornero) non ha nessun effetto su produzione ed occupazione, come si vede senza difficoltà se si guarda agli ultimi dati OECD. E, ammesso e non concesso che le cosiddette riforme struttuali incentivino la produzione, con la disoccupazione in aumento ed il reddito disponibili ridotto da nuove tasse ed inflazione in aumento, chi dovrebbe acquistare le nuove merci prodotte?
Una domanda cui Monti, purtroppo, si rifiuta di rispondere.
Forse si affida, come già qualcuno prima di lui, all'effetto annuncio. Proviamo a dare fiducia, almeno a parole, e chissà che non si metta in moto un circolo positivo. Peccato che Monti abbia dimenticato un insegnamento fondamentale dei suoi amici liberali, le aspettative razionali degli imprenditori. Che non si fanno prendere in giro.



(http://fingfx.thomsonreuters.com/2011/09/28/08145501a4.htm)

Il grafico è piuttosto chiaro, la business confidence, la fiducia degli imprenditori, non si basa sugli annunci, nè sulle suppose riforme, ma sull'andamento del PIL. Con un PIL in caduta libera, la fiducia nel sistema Italia cala.
La lezione è davanti agli occhi di chi vuole vederla: a forza di finti patti per la crescita si prolunga la crisi e si mette a rischio il potenziale di crescita futura.