Ai tempi dell'antica Grecia i giochi olimpici erano un momento sacro che portava insieme tutta l'Ellade. Sparta, Atene, Tebe erano tutte insieme per gareggiare e onorare gli Dei e tutte le divisioni e guerre erano temporanemante sospese.
Forse la Grecia ha ancora qualcosa da insegnarci. Tra 2 giorni iniziano le Olimpiadi di Londra che porteranno nella capitale inglese atleti di tutto il mondo che sfileranno insieme nel nuovissimo stadio di Stratford. Ma il mondo non è in pace. L'Europa è scossa dai venti di una guerra nuova ma pur sempre sanguinosa. I mercati hanno distrutto le finanze di Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda, la disoccupazione sale vertiginosamente, 1 giovane su 2 è senza lavoro, la gente non arriva a fine mese.
Sarebbe bello che almeno per le due settimane dei giochi olimpici questa pazza guerra si fermasse. Aspettarsi che possa succedere volontariamente equivale circa a sperare in un intervento di Zeus dal Monte Olimpo. Ma qualcosa si potrebbe comunque fare. Per esempio vietare in tutto il mondo le vendite allo scoperto, magari insieme ad una tassa olimpica sulle transazioni finanziarie. I governi del mondo uniti contro i nuovi barbari.
Sognare, almeno durante i Giochi, non è vietato.
Showing posts with label crisi. Show all posts
Showing posts with label crisi. Show all posts
Wednesday, 25 July 2012
Wednesday, 18 July 2012
Che senso ha prendersela con Moody's?
L'ulteriore declassamento dell'Italia è stato visto quasi come uno scandalo, un delitto di lesa maestà. Ma come, noi mettiamo i tecnici e sospendiamo la democrazia per far piacere ai mercati, ed i guardiani dei suddetti mercati ci castigano?
Francamente però non si capisce perchè non dovrebbe essere così. Almeno Moody's non nasconde la realtà. Lo spread è quasi a quota 500, l'economia in recessione, il debito pubblico in costante aumento. In poche parole, la situazione è assai peggiore di quella della scorsa estate. Non è solo colpa di Monti - la Merkel ci ha messo del suo! - ma è anche colpa di Monti che ha insistito con politiche recessive e riforme che inutili è dir poco.
E' ora di cambiar passo, o sarà troppo tardi.
Francamente però non si capisce perchè non dovrebbe essere così. Almeno Moody's non nasconde la realtà. Lo spread è quasi a quota 500, l'economia in recessione, il debito pubblico in costante aumento. In poche parole, la situazione è assai peggiore di quella della scorsa estate. Non è solo colpa di Monti - la Merkel ci ha messo del suo! - ma è anche colpa di Monti che ha insistito con politiche recessive e riforme che inutili è dir poco.
E' ora di cambiar passo, o sarà troppo tardi.
Wednesday, 13 June 2012
L'Italia di nuovo in ginocchio
E sei mesi dopo lo spread tornò quasi a 500 punti, quella soglia fatidica che fece cadere il governo Berlusconi. Capiamoci subito, non è certo colpa solo di Monti, come non era colpa del solo Berlusconi. L'Europa sembra essere governata da inetti ed incapaci che hanno creato la crisi e disseminato il panico per 3 anni. E non sto parlando dei greci. L'ultima pantomima sulle banche spagnole è morta nell'arco di un mattino. L'ennesimo salvataggio dell'Euro, nuovamente fuori tempo massimo e senza nessun piano che superi le 2-3 settimane, si è rivelato un flop. Per 3 anni non si sono riformate le banche ed ora queste sono di nuovo in crisi, nonostante tutta la liquidità fornita dalla BCE. Ed ora l'EFSF ha dato 100 milardi alla Spagna che li girerà alle sue banche che li useranno per comprare titoli del debito spagnolo. Come dare alcol ad un ubriaco cronico. I mercati hanno capito subito che si tratta di un cerotto rotto e non di un vero piano di salvataggio, e le borse, invece di salire, sono crollate.
Con il panico ai massimi livelli, l'attenzione della speculazione è tornata a concentrarsi sull'Italia. Situazione molto diversa da quella spagnola ma invece piuttosto simile a quella greca con un debito pubblico altissimo che lo Stato rischia di non essere in grado di servire. E qui veniamo alle colpe di Monti. La sua austerity ha riportato l'Italia in recessione. Il perchè lo si capisce subito vedendo il seguente grafico
Tutte le componenti del PIL sono in caduta libera rispetto al 2009, a parte le esportazioni che registrano comunque un rallentamento negli ultimi mesi. Nulla è stato fatto per la crescita, anzi con l'aumento delle tasse si è data una mazzata al consumo privato - e non sono ancora state pagate IMU e la nuova IVA. I frutti dell'austerity sono sotto gli occhi di tutti. Economia in affanno, debito che cresce, tassi di interesse alle stelle. Alla faccia delle riforme strutturali e della fiducia dei mercati.
In realtà quello che si sarebbe dovuto fare è incentivare investimenti e consumo. Nessuno dice che fosse facile, ma non ci si è neanche provato. La ricetta rimane sempre la stessa: patrimoniale pesante sui redditi più alti, magari unita a dismissioni mirate del patrimonio pubblico, ma non di quello produttivo (leggi Finmeccanica, ENI, ENEL). Usare questo contante per ridurre sostanzialmente il debito, possibilmente cercare di portarlo intorno al 100% ed usare le risorse liberate per ridurre il cuneo fiscale, così da diminuire il costo del lavoro e aumentare le buste paga. Ed invece quello che ci aspetta è un nuovo round di tasse sul reddito e sui consumi. E poi ci lamentiamo della sfiducia dei mercati.
Con il panico ai massimi livelli, l'attenzione della speculazione è tornata a concentrarsi sull'Italia. Situazione molto diversa da quella spagnola ma invece piuttosto simile a quella greca con un debito pubblico altissimo che lo Stato rischia di non essere in grado di servire. E qui veniamo alle colpe di Monti. La sua austerity ha riportato l'Italia in recessione. Il perchè lo si capisce subito vedendo il seguente grafico
![]() | |
| fonte: http://www.economonitor.com/rebeccawilder/2012/06/11/the-italian-economy-is-sliding/ |
Tutte le componenti del PIL sono in caduta libera rispetto al 2009, a parte le esportazioni che registrano comunque un rallentamento negli ultimi mesi. Nulla è stato fatto per la crescita, anzi con l'aumento delle tasse si è data una mazzata al consumo privato - e non sono ancora state pagate IMU e la nuova IVA. I frutti dell'austerity sono sotto gli occhi di tutti. Economia in affanno, debito che cresce, tassi di interesse alle stelle. Alla faccia delle riforme strutturali e della fiducia dei mercati.
In realtà quello che si sarebbe dovuto fare è incentivare investimenti e consumo. Nessuno dice che fosse facile, ma non ci si è neanche provato. La ricetta rimane sempre la stessa: patrimoniale pesante sui redditi più alti, magari unita a dismissioni mirate del patrimonio pubblico, ma non di quello produttivo (leggi Finmeccanica, ENI, ENEL). Usare questo contante per ridurre sostanzialmente il debito, possibilmente cercare di portarlo intorno al 100% ed usare le risorse liberate per ridurre il cuneo fiscale, così da diminuire il costo del lavoro e aumentare le buste paga. Ed invece quello che ci aspetta è un nuovo round di tasse sul reddito e sui consumi. E poi ci lamentiamo della sfiducia dei mercati.
Tuesday, 22 May 2012
Ma abbiamo veramente bisogno dell'austerity?
In questi mesi ho spiegato diverse volte come l'austerity sia controproducente in quanto induce la recessione ed aggrava di conseguenza lo stato delle finanze pubbliche. C'è anche un altro aspetto che va però approfondito, ovvero la supposta necessità di questa austerity per rassicuare i mercati e ridurre lo spread. Questo è quanto hanno spiegato per 3 anni la UE, la Germania e pure, negli ultimi 6 mesi, il governo Monti.
Il ragionamento è semplice. I conti pubblici in disordine spaventano i mercati che vendono titoli del debito, aumentando i tassi di interesse. I dati macroeconomici fondamentali sono, in questo caso, il deficit (altissimo in Spagna, molto basso in Italia) e lo stock di debito (alto in Italia ed in Grecia, ma più contenuto altrove). Mettendo mano a questi conti, si potrà rassicurare il mercato, ammettendo per pura ipotesi di scuola che l'austerity davvero possa migliorare deficit e e debito e non, invece, peggiorarli.
Il problema in questo ragionamento si trova in ciò che ho già accennato ieri.
Non esiste nessuna relazione tra tassi di interesse e debito. O meglio,
esiste, pur fioca, ma di segno contrario a quello che ci hanno
spiegato.
![]() |
| fonte: http://www.businessinsider.com/japan-is-never-going-to-default-2012-5 |
Come si vede a debito più alto in realtà tende a corrispondere un
tasso di interesse più basso (con la Grecia come unica vera eccezione,
statisticamente irrilevante). Nel caso degli Stati Uniti (sotto), poi, i dati
sono eclatanti. Ad un aumento del debito corrisponde una decisa riduzione dei tassi di interesse.
![]() |
| fonte: http://www.businessinsider.com/japan-is-never-going-to-default-2012 |
Dunque il problema non è il debito e non è neppure il deficit. O quantomeno, al di fuori dell'area euro, deficit e debito non sono problemi urgenti da richiedere una dose massiccia di austerity per ridare fiducia ai mercati. Ma se è così, allora perchè non fissare i problemi legati alla governance dell'euro-zona invece di concentrarsi su variabili che, in condizioni normali, non sarebbero preoccupanti?
Monday, 21 May 2012
La UE in crisi
I risultati delle ultime elezioni in
diversi paesi del continente hanno fatto emergere un forte discontento verso le
istituzioni europee. In alcuni casi sono in crescita partiti che rigettano
l’idea stessa di Europa unita e la moneta unica, dal Front National francese ai
nazisti greci fino al KKE greco ed, in parte, il movimento 5 stelle italiano.
In altri, si rafforzano partiti che pur volendo mantenere l’Euro e l’Europa
unita, sono sempre più insofferenti alle politiche economiche della UE, come
nel caso del Front de Gauche francese, Syriza e diversi altri partiti greci. Lo
stesso successo di Hollande in Francia avviene con una campagna molto dura nei
confronti delle politiche europee degli ultimi anni, a partire dal fiscal
compact.
Questi risultati non possono sorprendere,
se si guarda alla situazione economica che attanaglia il Vecchio Continente.
Sono due anni ormai che si passa di vertice in vertice per “salvare” la Grecia,
salvo poi ritrovarsi con lo stesso problema dopo appena pochi mesi. Intanto il
contagio si allarga, dopo Irlanda e Portogallo ora è la Spagna ad essere finita
nell’occhio del ciclone. La risposta europea – ma sarebbe meglio dire tedesca –
è stata semplicemente: rigore, rigore, rigore. Un rigore che sempre più economisti
giudicano in maniera negativa in quanto non solo non ha arginato la crisi, ma
anzi, l’ha fomentata.
Fino ad ora, si è scelta una via ideologica,
massimalista e spesso punitiva. La Germania, sempre fedele alla sua politica
basata sull’ordo-liberalismo ha richiesto agli stati in difficoltà di ridurre
il proprio tenore di vita e tirare la cinghia. Si è detto che la Grecia avesse
sperperato per anni ed un po’ di austerity l’avrebbe rimessa in ordine. Ma la
medicina sta ammazzando il malato e spingendo la penisola ellenica ai margini,
se non direttamente fuori dalla UE. E alla Spagna certo non si possono muovere
le stesse critiche fatte ad Atene, eppure la situazione economica e sociale sta
diventando esplosiva – basta guardare i dati sulla disoccupazione giovanile.

In realtà sono stati sottovalutati alcuni
dati importanti, come la perdita di competitività che i paesi del Sud Europa
hanno patito dall’entrata in vigore dell’euro rispetto ai propri corrispettivi
del Nord. Problemi strutturali che vanno
oltre la retorica delle formiche contro le cicale.

La soluzione prospettata dall’austerity è
quella di una deflazione interna dei paesi più in difficoltà che solo così
possono recuperare competitività. Ma si tratta di una soluzione vecchia, quella
del Gold Standard che fallì miseramente tra le due guerre mondiali proprio in
virtù delle tensioni sociali che provocava. Ed una soluzione, per di più, poco
democratica, perché nessun paese può essere disposto a votare per la riduzione
dei propri salari e l’aumento della disoccupazione.
Insomma, come affermato recentemente dal
presidente della Consob, Vegas, la dittatura dello spread sta stringendo la
democrazia in un angolo da cui non sembra esserci via d’uscita. E le
istituzioni europee, a torto o ragione, si sono fatte portavoce dei desiderata
del mercato e del potere degli stati più forti, dimostrando troppa poca
attenzione ai bisogni dei cittadini. Anche davanti al rischio di una fine
traumatica dell’Europa, ci si continua ostinatamente ad opporre a misure comuni,
come gli Eurobond. Eppure paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ed il
Giappone in passato, hanno situazioni di debito paragonabili se non peggiori a
quelle europee, eppure riescono a collocare i propri titoli sul mercato a
prezzi bassissimi, più bassi infatti dell’inizio della crisi.
I mercati sembrano infatti consapevoli che
uno Stato con il controllo della propria politica monetaria non può fallire e
dunque anche livelli di debito molto alti non sono visti con sospetto. Al
contrario, quello che si teme in Europa è la recessione e l’illiquidità degli
stati europei.
Tutto questo dovrebbe portare ad un
ripensamento generale dell’architettura europea. Una commissione che rappresenti il volere dei
popoli sarebbe certamente vista come meno elitaria e prona agli interessi dei
mercati. Una Banca Centrale “normale” che garantisca la solvenza degli stati
potrebbe riportare la calma sui mercati finanziari. Ed una presidenza vera,
eletta e con poteri effettivi, riavvicinerebbe le istituzioni europee ai propri
cittadini. Si tratterebbe, senza mezzi termini, di andare oltre ad una unione
di stati, per consentire una vera democratizzazione delle istituzioni
continentali. L’alternativa, in questi giorni, sembra la disgregazione del
progetto europeo, stretto tra rigetto popolare e crisi economica.
Tuesday, 15 May 2012
Le banche nell'occhio del ciclone, di nuovo
Tutti ricordano che la grande crisi del 2007-08 iniziò dal fallimento di diversi istituti finanziari, da Northern Rock a Bear Strearns fino a Lehman Brothers e che questa immediatamente si propagò al resto del settore finanziario e poi all'economia reale. In quegli anni era condivisa l'idea che una riforma di tutto il sistema fosse una necessità impellente per evitare il ripetersi di un'altra crisi di tale portata. Ma col passare del tempo nulla o quasi è stato fatto e sembra che ci siamo dimenticati presto delle lezioni della crisi, tutti concentrati ad addebitare i problemi dell'economia mondiale agli stati, come se fossero stati loro la causa della cataclisma finanziario.
In realtà l'ultima settimana ha riportato le banche sotto il riflettore. Il sostanziale fallimento di Bankia e le incredibili perdite di JP Morgan (2 miliardi di dollari in 6 settimane) hanno mostrato al mondo che siamo ancora nella stessa situazione di quattro anni fa e che una crisi bancaria continua ad essere dietro l'angolo.
Le riforme che sono state fatte finora sono andate tutte nella direzione di diminuire la cosiddetta leva finanziaria, ovvero il rapporto tra le attività della banca ed il suo capitale. Con la deregulation finanziaria degli ultimi decenni questo rapporto è esploso, passando da 5/6 fino, in alcuni casi, a 30. Questo vuol dire che il denaro preso in prestito e reivenstito era fino a 30 volte superiore al capitale costitutivo della banca - di conseguenza aumentando a dismisura le possibilità di guadagno. Ma anche di perdita. Se con una leva di 2 oltre il 50% delle attività dovevano fallire prima di mettere la banca nei guai, con un leverage di 20, basta che il 5% delle attività falliscano per rendere la banca insolvente. A questo proposito l'accordo di Basilea (Basel III) richiederà alle banche di avere un capitale non inferiore al 6% delle attività (9% in Europa).
Non ci sono dubbi che questo sia stato un primo passo, ma assolutamente non sufficiente, come appare evidente in questi giorni. Il problema principale delle banche è che continuano ad essere too big to fail, come già erano prima della crisi. Anzi, la situazione è peggiorata se pensiamo che 3 anni e mezzo fa le principali 10 banche controllavano il 55% delle attività mentre ora ne controllano il 77%. Vale a dire che nella crisi le grandi banche si sono rafforzate, il capitale si è concentrato ulteriormente ed il collasso di una banca come JP Morgan porterebbe al crollo dell'intero sistema finanziario. Basta pensare che una banca ben più piccola coma Bankia è stata nazionalizzata perchè il suo fallimento avrebbe comunque portato un rischio sistemico per il mercato spagnolo.
La consapevolezza di essere troppo grandi per fallire spinge le banche a operazioni sempre più rischiose, in effetti stanno usando i nostri soldi per le loro operazioni perchè sanno che se falliscono verrano rimborsate dallo stato. A 5 anni dall'inizio della crisi, non ci sono ancora istituzioni che controllino le attività speculative e le tengano sotto controllo - la cosiddetta Volcker rule, ancora da approvare e tutta da verificare. Nè c'è traccia della tanto richiesta trasparenza, le perdite di JP Morgan sono continuate per oltre sei settimane senza che nessuno, e tantomeno il management della banca, intervenisse mentre la cosiddetta London Whale - il trader Bruno Iksil - accumulava asset giganteschi, teoricamente per riparare la propria banca dal rischio, in realtà trascinandola a fondo una volta che i suoi investimenti (meglio: le sue scommesse) si sono rivelati erronei.
Ovviamente i grandi istituti finanziari vedono queste riforme come uno spauracchio ed in questi anni hanno fatto pressioni di ogni tipo per impedirle, con evidente successo. Il CEO di JP Morgan Jamie Dimon era in testa agli oppositori, portando le buone performance della sua banca durante la crisi a testimonianza della non necessità delle riforme. Sembra quasi una sorta di giustizia divina ad aver colpito la hubris di questo banchiere.
Gli eventi di questi giorni riportano dunque di attualità - se ne è accorto anche Obama - una vera riforma bancaria. Che aumenti la trasparenza delle banche per garantire gli shareholder. Che regoli il rischio, dato che il mercato non è in grado di valutarlo correttamente. E che soprattutto permetta alle banche di fallire senza portarsi dietro il resto del sistema finanziario ed l'intera economia.
In realtà l'ultima settimana ha riportato le banche sotto il riflettore. Il sostanziale fallimento di Bankia e le incredibili perdite di JP Morgan (2 miliardi di dollari in 6 settimane) hanno mostrato al mondo che siamo ancora nella stessa situazione di quattro anni fa e che una crisi bancaria continua ad essere dietro l'angolo.
Le riforme che sono state fatte finora sono andate tutte nella direzione di diminuire la cosiddetta leva finanziaria, ovvero il rapporto tra le attività della banca ed il suo capitale. Con la deregulation finanziaria degli ultimi decenni questo rapporto è esploso, passando da 5/6 fino, in alcuni casi, a 30. Questo vuol dire che il denaro preso in prestito e reivenstito era fino a 30 volte superiore al capitale costitutivo della banca - di conseguenza aumentando a dismisura le possibilità di guadagno. Ma anche di perdita. Se con una leva di 2 oltre il 50% delle attività dovevano fallire prima di mettere la banca nei guai, con un leverage di 20, basta che il 5% delle attività falliscano per rendere la banca insolvente. A questo proposito l'accordo di Basilea (Basel III) richiederà alle banche di avere un capitale non inferiore al 6% delle attività (9% in Europa).
Non ci sono dubbi che questo sia stato un primo passo, ma assolutamente non sufficiente, come appare evidente in questi giorni. Il problema principale delle banche è che continuano ad essere too big to fail, come già erano prima della crisi. Anzi, la situazione è peggiorata se pensiamo che 3 anni e mezzo fa le principali 10 banche controllavano il 55% delle attività mentre ora ne controllano il 77%. Vale a dire che nella crisi le grandi banche si sono rafforzate, il capitale si è concentrato ulteriormente ed il collasso di una banca come JP Morgan porterebbe al crollo dell'intero sistema finanziario. Basta pensare che una banca ben più piccola coma Bankia è stata nazionalizzata perchè il suo fallimento avrebbe comunque portato un rischio sistemico per il mercato spagnolo.
La consapevolezza di essere troppo grandi per fallire spinge le banche a operazioni sempre più rischiose, in effetti stanno usando i nostri soldi per le loro operazioni perchè sanno che se falliscono verrano rimborsate dallo stato. A 5 anni dall'inizio della crisi, non ci sono ancora istituzioni che controllino le attività speculative e le tengano sotto controllo - la cosiddetta Volcker rule, ancora da approvare e tutta da verificare. Nè c'è traccia della tanto richiesta trasparenza, le perdite di JP Morgan sono continuate per oltre sei settimane senza che nessuno, e tantomeno il management della banca, intervenisse mentre la cosiddetta London Whale - il trader Bruno Iksil - accumulava asset giganteschi, teoricamente per riparare la propria banca dal rischio, in realtà trascinandola a fondo una volta che i suoi investimenti (meglio: le sue scommesse) si sono rivelati erronei.
Ovviamente i grandi istituti finanziari vedono queste riforme come uno spauracchio ed in questi anni hanno fatto pressioni di ogni tipo per impedirle, con evidente successo. Il CEO di JP Morgan Jamie Dimon era in testa agli oppositori, portando le buone performance della sua banca durante la crisi a testimonianza della non necessità delle riforme. Sembra quasi una sorta di giustizia divina ad aver colpito la hubris di questo banchiere.
Gli eventi di questi giorni riportano dunque di attualità - se ne è accorto anche Obama - una vera riforma bancaria. Che aumenti la trasparenza delle banche per garantire gli shareholder. Che regoli il rischio, dato che il mercato non è in grado di valutarlo correttamente. E che soprattutto permetta alle banche di fallire senza portarsi dietro il resto del sistema finanziario ed l'intera economia.
Friday, 11 May 2012
Spagna a fondo per salvare le banche
Quello che sta succedendo in Spagna rischia di essere il passo finale di una Europa ormai tanto avvitata in sè stessa da aver perso il senso della realtà. La Merkel ha nuovamente ribadito il suo netto rifiuto agli Eurobond e continua a sostenere che gli stati debbano pagare i propri debiti, costi quel che costi.
Si è già visto cosa questo ha comportato in Grecia. In Spagna, se possibile, la cosa è pure peggiore. Se ad Atene si poteva sostenere che i greci avessero sperperato risorse e vissuto sopra le proprie possibilità, non si può certamente dire la stessa cosa per Madrid, che prima della crisi aveva debito e deficit migliori di quelli tedeschi. E chiedere più austerity ad un paese con quasi il 25% di disoccupazione sembra la ricetta perfetta per il disastro.
Quel che è ancora più allucinante è che tutti i problemi nascono dal settore privato e, in particolar modo da quello bancario che rimane estremamente debole. Banche che, vale la pena ricordarlo, sono tra le più tutelate del mondo - avendo il diritto in caso di ritardo nei pagamenti del mutuo non solo di riprendersi la casa, ma anche di costringere l'ex propietario appena dispossessato a continuare a pagare la differenza non coperta dalla vendita della casa stessa; o capaci di chiedere una commissione di 7 (sette) euro (!) per il prelievo al bancomat se effettuato in un istituto di credito diverso da quello dove si detengono i propri risparmi.
Bene, nonostante una legislazione ed una regolamentazione così clamorosamente compiancenti, le banche spagnole entro la fine dell'anno avranno bisogno di una iniezione di capitale tra 100 e 250 milardi di euro solo per rispettare i paramentri del core tier I capital ratio richiesto dalle nuove regole europee - l'alternativa, comunque irrealistica, sarebbe rientrare di una tale quantità di attività da schiantare definitivamente l'economia spagnola.
Data l'elevata interdipendenza del sistema bancario europeo, sembra soltato logico avere un piano di salvataggio a livello comunitario, che per altro renderebbe le banche spagnole europee a tutti gli effetti. Nulla da fare naturalmente. Ed allora dovrà essere il governo a trovare il capitale necessario a rifinanziare le banche. Detto in breve, l'austerity, i tagli serviranno finanziare le banche. Ed allo stesso tempo lo stato spagnolo si indebiterà sui mercati per dare i soldi al sistema finanziario, magari chiedendo in cambio di acquistare i nuovi titoli del debito pubblico che metterebbe di nuovo a rischio le banche stesse, esposte su titoli dal rating sempre peggiore.
Insomma, la situazione è catastrofica: se le banche spagnole non verranno salvate, queste affonderanno lo stato. Ma se lo stato le salva, lo farà aumentando il debito, scatenando il panico sui mercati ed imponendo ancora più austerity su un paese ormai in ginocchio.
Una situazione da incubo cui nessuno tenta ormai di opporsi, sperando solo in non si sa quale miracolo. E le cui conseguenze, dato il peso dell'economia spagnola, sono facilmente immaginabili. Sull'Europa, e poi sull'intera economia mondiale.
Si è già visto cosa questo ha comportato in Grecia. In Spagna, se possibile, la cosa è pure peggiore. Se ad Atene si poteva sostenere che i greci avessero sperperato risorse e vissuto sopra le proprie possibilità, non si può certamente dire la stessa cosa per Madrid, che prima della crisi aveva debito e deficit migliori di quelli tedeschi. E chiedere più austerity ad un paese con quasi il 25% di disoccupazione sembra la ricetta perfetta per il disastro.
Quel che è ancora più allucinante è che tutti i problemi nascono dal settore privato e, in particolar modo da quello bancario che rimane estremamente debole. Banche che, vale la pena ricordarlo, sono tra le più tutelate del mondo - avendo il diritto in caso di ritardo nei pagamenti del mutuo non solo di riprendersi la casa, ma anche di costringere l'ex propietario appena dispossessato a continuare a pagare la differenza non coperta dalla vendita della casa stessa; o capaci di chiedere una commissione di 7 (sette) euro (!) per il prelievo al bancomat se effettuato in un istituto di credito diverso da quello dove si detengono i propri risparmi.
Bene, nonostante una legislazione ed una regolamentazione così clamorosamente compiancenti, le banche spagnole entro la fine dell'anno avranno bisogno di una iniezione di capitale tra 100 e 250 milardi di euro solo per rispettare i paramentri del core tier I capital ratio richiesto dalle nuove regole europee - l'alternativa, comunque irrealistica, sarebbe rientrare di una tale quantità di attività da schiantare definitivamente l'economia spagnola.
Data l'elevata interdipendenza del sistema bancario europeo, sembra soltato logico avere un piano di salvataggio a livello comunitario, che per altro renderebbe le banche spagnole europee a tutti gli effetti. Nulla da fare naturalmente. Ed allora dovrà essere il governo a trovare il capitale necessario a rifinanziare le banche. Detto in breve, l'austerity, i tagli serviranno finanziare le banche. Ed allo stesso tempo lo stato spagnolo si indebiterà sui mercati per dare i soldi al sistema finanziario, magari chiedendo in cambio di acquistare i nuovi titoli del debito pubblico che metterebbe di nuovo a rischio le banche stesse, esposte su titoli dal rating sempre peggiore.
Insomma, la situazione è catastrofica: se le banche spagnole non verranno salvate, queste affonderanno lo stato. Ma se lo stato le salva, lo farà aumentando il debito, scatenando il panico sui mercati ed imponendo ancora più austerity su un paese ormai in ginocchio.
Una situazione da incubo cui nessuno tenta ormai di opporsi, sperando solo in non si sa quale miracolo. E le cui conseguenze, dato il peso dell'economia spagnola, sono facilmente immaginabili. Sull'Europa, e poi sull'intera economia mondiale.
Friday, 4 May 2012
Revisionismo storico-finanziario
La memoria di economisti e banchieri non pare essere molto lunga. Come ben sappiamo, dopo appena qualche mese dalla crisi le grandi banche d'affari ricominciarono a pagare bonus giganteschi ai propri dirigenti immaginandoli incolpevoli, e dopo un paio di anni gli economisti e i politici hanno ricominciato a richiedere più mercato e meno lo stato per risolvere una crisi iniziata proprio dal mercato.
Ma Mervin King, il governatore della Banca d'Inghilterra ha raggiunto una nuova vetta di revisionismo. Pochi giorni fa, parlando della crisi, è riuscito nell'impresa di dire che "avremmo dovuto gridare dai tetti" per avvertire del pericolo che stavamo correndo.
Una bizzarra assunzione di responsabilità che equivale a dire che lui e i suoi associati avevano capito tutto ma che non avevano alcun potere per prevenire la crisi, se non quello di denunciarla pubblicamente. Tutta colpa del governo dunque.
Il problema è che, a meno che non si tratti di un clamoroso caso di omonimia, Mervin King è lo stesso che nel 2007, a pochi mesi prima dell'inizio della crisi, ebbe a dire che la stabilità economica era ormai raggiunta, e non certo grazie alla fortuna. Non solo. Nello stesso anno, ad Agosto, elogiò la forza del sistema bancario, "molto più solido che in passato, proprio perchè i rischi non sono più presenti nei bilanci delle banche e sono stati presi da persone che vogliono assumersi questi rischi e sono meglio capaci di gestirli".
Bravo! Nel 2007 le banche erano efficienti e la Bank of England aveva la situazione sotto controllo, certo non per caso ma grazie agli sforzi dello stesso Mervin. 5 anni dopo, invece, abbiamo finalmente capito che il "Re" dei banchieri aveva capito tutto in anticipo e che purtroppo non ha avuto la possibilità di fermare il collasso.
Ecco, forse in questo caso, invece dell'etica protestante di Weberiana memoria, ci vorrebbe un pò più di senso dell'onore di sapore giapponese. Tipo l'harakiri.
Ma Mervin King, il governatore della Banca d'Inghilterra ha raggiunto una nuova vetta di revisionismo. Pochi giorni fa, parlando della crisi, è riuscito nell'impresa di dire che "avremmo dovuto gridare dai tetti" per avvertire del pericolo che stavamo correndo.
Una bizzarra assunzione di responsabilità che equivale a dire che lui e i suoi associati avevano capito tutto ma che non avevano alcun potere per prevenire la crisi, se non quello di denunciarla pubblicamente. Tutta colpa del governo dunque.
Il problema è che, a meno che non si tratti di un clamoroso caso di omonimia, Mervin King è lo stesso che nel 2007, a pochi mesi prima dell'inizio della crisi, ebbe a dire che la stabilità economica era ormai raggiunta, e non certo grazie alla fortuna. Non solo. Nello stesso anno, ad Agosto, elogiò la forza del sistema bancario, "molto più solido che in passato, proprio perchè i rischi non sono più presenti nei bilanci delle banche e sono stati presi da persone che vogliono assumersi questi rischi e sono meglio capaci di gestirli".
Bravo! Nel 2007 le banche erano efficienti e la Bank of England aveva la situazione sotto controllo, certo non per caso ma grazie agli sforzi dello stesso Mervin. 5 anni dopo, invece, abbiamo finalmente capito che il "Re" dei banchieri aveva capito tutto in anticipo e che purtroppo non ha avuto la possibilità di fermare il collasso.
Ecco, forse in questo caso, invece dell'etica protestante di Weberiana memoria, ci vorrebbe un pò più di senso dell'onore di sapore giapponese. Tipo l'harakiri.
Thursday, 29 March 2012
Recessione in Italia, crisi in Spagna....e poi?
Che succede? Non ci avevano forse detto che la cura Monti stava avendo effetto? Che l'economia reale ci avrebbe messo ancora un pò a riprendersi ma eravamo sulla strada giusta, mentre lo spread sarebbe continuato inesorabilmente a calare? E lo stesso pareva vero per la Spagna.
In effetti, per qualche mese lo spread era calato, anche se i motivi andavano cercati a Francoforte, piuttosto che a Roma o Madrid. Le banche, copiosamente innaffiate dalla BCE, si erano infatti rimesse a comprare titoli pubblici, come confermato dai dati di Febbraio: credito al settore privato sostanzialmente immobile (+0.7%, solo +0.4% all'industria), crescita rapida (+6%) negli acquisti di titoli di stato ad alto rendimento (compresi quelli greci e portoghesi, i cui acquisti sono aumentati a dismisura). Ma non poteva durare, ed ecco che nel giro di una decina di giorni lo spread è tornato a livelli più che preoccupanti.
Forse davvero qualcuno si illiudeva che si potessero mettere a posto i conti e stabilizzare l'economia con una finanziaria da 30 miliardi quando il debito italiano è 60 volte maggiore?
In realtà i fondamentali macroeconomici di Spagna e Italia stanno peggiorando. Pagano meno interessi sul debito, ottima notizia, ma la disoccupazione aumenterà durante l'anno, diverse compagnie falliranno e le entrate fiscali diminuiranno.
In Italia si sono riviste al ribasso le stime del PIL, -1.6% quest'anno. In Spagna, Rajoy aveva promesso che avrebbe diminuito il debito, ma tagli e tasse maggiori già pianificati non permetteranno di ridurre il deficit al 5.3% del PIL. I primi calcoli del governo spagnolo richiedevano risparmi per 32 miliardi di euro, in realtà, riviste le stime in base alla recessione (-2%) che la stessa manovra accellera, ce ne vorrebbero quasi il doppio. Impossibile. E così il deficit rimarrà ancora molto alto, costringendo il governo ad indebitarsi ulteriormente sui mercati.
Non c'è da sorprendersi e sarebbe bastato guardare oltre Manica per capire che l'austerity non funziona. Dopo due anni di cura Osborne, a forza di tagli e aumenti di imposte regressive, la Gran Bretagna è tornata in recessione (-0.4%). E di sicuro in questo caso non si possono imputare i problemi ad un mercato del lavoro troppo ingessato, tutt'altro. Più semplicemente, non esistono basi serie per confermare la teoria secondo cui liberando le forze del settore privato si rimetta in moto la crescita economica. Infatti, l'esatto contrario sta avvenendo, il mercato asseconda la crisi e licenziare o abbassare i salari potrà solo peggiorare le cose.
In parte i liberali hanno ragione, lo stato è parte del problema e non della soluzione. Almeno finchè a controllare la spesa pubblica saranno governanti ideologizzati che ignorano una lezione basilare di macro-economia: non si può tagliare quando si è in recessione.
Era dunque inevitabile che qualcuno, ad un certo punto, suonasse l'allarme e che il panico tornasse a diffondersi tra i mercati finanziari.
Ora il buon Monti si è messo perfino ad attaccare il sodale Rajoy, apparentemente non abbastanza deciso a tagliare spese e salari....mentre invece sono prorprio queste politiche che stanno riportando la Spagna verso il baratro. E la buriana sta tornando in Italia, magari giusto in tempo per costringere il PD a votare la legge Fornero.
In effetti, per qualche mese lo spread era calato, anche se i motivi andavano cercati a Francoforte, piuttosto che a Roma o Madrid. Le banche, copiosamente innaffiate dalla BCE, si erano infatti rimesse a comprare titoli pubblici, come confermato dai dati di Febbraio: credito al settore privato sostanzialmente immobile (+0.7%, solo +0.4% all'industria), crescita rapida (+6%) negli acquisti di titoli di stato ad alto rendimento (compresi quelli greci e portoghesi, i cui acquisti sono aumentati a dismisura). Ma non poteva durare, ed ecco che nel giro di una decina di giorni lo spread è tornato a livelli più che preoccupanti.
Forse davvero qualcuno si illiudeva che si potessero mettere a posto i conti e stabilizzare l'economia con una finanziaria da 30 miliardi quando il debito italiano è 60 volte maggiore?
In realtà i fondamentali macroeconomici di Spagna e Italia stanno peggiorando. Pagano meno interessi sul debito, ottima notizia, ma la disoccupazione aumenterà durante l'anno, diverse compagnie falliranno e le entrate fiscali diminuiranno.
In Italia si sono riviste al ribasso le stime del PIL, -1.6% quest'anno. In Spagna, Rajoy aveva promesso che avrebbe diminuito il debito, ma tagli e tasse maggiori già pianificati non permetteranno di ridurre il deficit al 5.3% del PIL. I primi calcoli del governo spagnolo richiedevano risparmi per 32 miliardi di euro, in realtà, riviste le stime in base alla recessione (-2%) che la stessa manovra accellera, ce ne vorrebbero quasi il doppio. Impossibile. E così il deficit rimarrà ancora molto alto, costringendo il governo ad indebitarsi ulteriormente sui mercati.
Non c'è da sorprendersi e sarebbe bastato guardare oltre Manica per capire che l'austerity non funziona. Dopo due anni di cura Osborne, a forza di tagli e aumenti di imposte regressive, la Gran Bretagna è tornata in recessione (-0.4%). E di sicuro in questo caso non si possono imputare i problemi ad un mercato del lavoro troppo ingessato, tutt'altro. Più semplicemente, non esistono basi serie per confermare la teoria secondo cui liberando le forze del settore privato si rimetta in moto la crescita economica. Infatti, l'esatto contrario sta avvenendo, il mercato asseconda la crisi e licenziare o abbassare i salari potrà solo peggiorare le cose.
In parte i liberali hanno ragione, lo stato è parte del problema e non della soluzione. Almeno finchè a controllare la spesa pubblica saranno governanti ideologizzati che ignorano una lezione basilare di macro-economia: non si può tagliare quando si è in recessione.
Era dunque inevitabile che qualcuno, ad un certo punto, suonasse l'allarme e che il panico tornasse a diffondersi tra i mercati finanziari.
Ora il buon Monti si è messo perfino ad attaccare il sodale Rajoy, apparentemente non abbastanza deciso a tagliare spese e salari....mentre invece sono prorprio queste politiche che stanno riportando la Spagna verso il baratro. E la buriana sta tornando in Italia, magari giusto in tempo per costringere il PD a votare la legge Fornero.
Tuesday, 21 February 2012
Ma quale crescita?
Oltre che per l'ennesimo, inutile, pacchetto salva-Grecia, il vertice europeo si contraddistinto per una lettera-appello di diversi governi alla Commissione per rilanciare la crescita.
Una lettera che rimarrà, io credo, storica, per l'incredibile faccia di bronzo dei firmatari, prima di tutti David Cameron e Mario Monti. Il testo non fa il minimo accenno a politiche pubbliche, ci mancherebbe. Si basa tutto su mercato e liberalizzazioni, il modello che proprio Cameron ha adottato in Inghilterra con risultati che ogni commentatore di buon senso fatica a definire poco meno che fallimentari. Liberiamo le forze del mercato, e tutto si risolverà! D'altronde questo mantra è pure quello montiano, che nei suoi pochi mesi di governo si è occupato solo di rigore dei conti e ha pensato di far ripartire l'economia con 1000 licenze di taxi in più. E per bacco!
Non basta: la lettera chiede un settore finanziario più competitivo e non sempre garantito dai soldi dei cotnribuenti. Benissimo. Peccato che questi 2 governi siano davvero i meno adatti a parlare in questo caso. Il Regno Unito sta velocemente uscendo dal giro europeo proprio in difesa degli interessi della City - contrario pure alla Tobin Tax, per non parlare dello spezzatino bancario che è l'unica maniera per impedire il too big to fail. E il governo Passera-Monti ha da poco creato un fondo di garanzia pubblico per le banche, i cui prestiti sono ora garantiti dallo Stato.
Il testo si chiude brillantemente con un accenno al mercato del lavoro, da rendere più competitivo. Bravo Monti! Prima va in Europa a dire che bisogna liberalizzare (leggi: licenziare), poi torna in Italia e comanda a colpi di decreto dicendo che ce l'ha imposto l'Europa. Insomma, viene in mente una vecchia copertina di Cuore
Il risultato incredibile è che una lettera di questo tenore riesce pure a far risultare simpatici e coerenti i 2 principali leader europei che non hanno firmato: Merkel e Sarkozy......
Una lettera che rimarrà, io credo, storica, per l'incredibile faccia di bronzo dei firmatari, prima di tutti David Cameron e Mario Monti. Il testo non fa il minimo accenno a politiche pubbliche, ci mancherebbe. Si basa tutto su mercato e liberalizzazioni, il modello che proprio Cameron ha adottato in Inghilterra con risultati che ogni commentatore di buon senso fatica a definire poco meno che fallimentari. Liberiamo le forze del mercato, e tutto si risolverà! D'altronde questo mantra è pure quello montiano, che nei suoi pochi mesi di governo si è occupato solo di rigore dei conti e ha pensato di far ripartire l'economia con 1000 licenze di taxi in più. E per bacco!
Non basta: la lettera chiede un settore finanziario più competitivo e non sempre garantito dai soldi dei cotnribuenti. Benissimo. Peccato che questi 2 governi siano davvero i meno adatti a parlare in questo caso. Il Regno Unito sta velocemente uscendo dal giro europeo proprio in difesa degli interessi della City - contrario pure alla Tobin Tax, per non parlare dello spezzatino bancario che è l'unica maniera per impedire il too big to fail. E il governo Passera-Monti ha da poco creato un fondo di garanzia pubblico per le banche, i cui prestiti sono ora garantiti dallo Stato.
Il testo si chiude brillantemente con un accenno al mercato del lavoro, da rendere più competitivo. Bravo Monti! Prima va in Europa a dire che bisogna liberalizzare (leggi: licenziare), poi torna in Italia e comanda a colpi di decreto dicendo che ce l'ha imposto l'Europa. Insomma, viene in mente una vecchia copertina di Cuore
Il risultato incredibile è che una lettera di questo tenore riesce pure a far risultare simpatici e coerenti i 2 principali leader europei che non hanno firmato: Merkel e Sarkozy......
Thursday, 9 February 2012
Paghi la Grecia per tutti
In Grecia i guai non finiscono mai. Son due anni che la UE impone tagli, e son due anni che questi tagli recessivi peggiorano la situazione, affondano l'economia e le finanze pubbliche e, a ruota, richiedono altri tagli.
Adesso l'Europa ricatta nuovamente Atene, sfruttando un meccanismo di aiuti sadico: le tranche del prestito accordato negli anni scorsi vengono ridiscusse prima di ogni disborso del prestito, imponendo sempre nuove condizioni.
Ora si ordinano altri tagli ai salari minimi, alle pensioni, e alle spese sui farmaci. Che vergogna, prendersela con i più deboli, i più poveri, gli anziani, i malati. Il salario minimo dovrebbe essere ridotto a meno di 600 euro mensili, livellli da fame mentre gas e petrolio aumentano. Questa è l'idea brillante per rilanciare la competitività greca, sfruttare ed affamare i lavoratori. Manco in Cina!
Anche perchè al momento la Grecia non ha una democrazia migliore di quella, inesistente, cinese. La UE non tratta neanche più, manda lettere ultimative. Chiarissimi i tedeschi: o facciamo come si dice noi, o falliscono. Mentre per banche ed hedge fund l'adesione all'haircut sui titoli è su base completamente volontaria, ci mancherebbe.
Ovviamente se l'inutile Parlamento ateniese accetterà, non sarà l'ultimo sacrificio. Il Pil continuerà a crollare, i conti dello Stato rimarranno in rosso, ed altri tagli saranno presto all'ordine del giorno. Non lo dice solo "City", ma pure la maggioranza degli analisti di mercato (proprio della City...) è concorde: questo tipo di austerity è controproducente. Se ne sono accorti tutti, tranne che a Bruxells (in realtà, ovviamente, Berlino). O forse è stato fatto tutto scientemente. Per due anni si è affamato la Grecia mentre si guadagnava tempo per mettere in sicurezza le banche tedesche e francesi, riassestate dal recente prestito a tasso quasi zero di oltre 1000 miliardi di Euro (che per pensionati, lavoratori e malati di Atene non ci sono...). Non a caso ora i burocati europei e gli arroganti tedeschi parlano con tranquillità di una possibile uscita di Atene dall'Euro. Hanno pagato i greci per tutti, adesso possono anche morire.
Adesso l'Europa ricatta nuovamente Atene, sfruttando un meccanismo di aiuti sadico: le tranche del prestito accordato negli anni scorsi vengono ridiscusse prima di ogni disborso del prestito, imponendo sempre nuove condizioni.
Ora si ordinano altri tagli ai salari minimi, alle pensioni, e alle spese sui farmaci. Che vergogna, prendersela con i più deboli, i più poveri, gli anziani, i malati. Il salario minimo dovrebbe essere ridotto a meno di 600 euro mensili, livellli da fame mentre gas e petrolio aumentano. Questa è l'idea brillante per rilanciare la competitività greca, sfruttare ed affamare i lavoratori. Manco in Cina!
Anche perchè al momento la Grecia non ha una democrazia migliore di quella, inesistente, cinese. La UE non tratta neanche più, manda lettere ultimative. Chiarissimi i tedeschi: o facciamo come si dice noi, o falliscono. Mentre per banche ed hedge fund l'adesione all'haircut sui titoli è su base completamente volontaria, ci mancherebbe.
Ovviamente se l'inutile Parlamento ateniese accetterà, non sarà l'ultimo sacrificio. Il Pil continuerà a crollare, i conti dello Stato rimarranno in rosso, ed altri tagli saranno presto all'ordine del giorno. Non lo dice solo "City", ma pure la maggioranza degli analisti di mercato (proprio della City...) è concorde: questo tipo di austerity è controproducente. Se ne sono accorti tutti, tranne che a Bruxells (in realtà, ovviamente, Berlino). O forse è stato fatto tutto scientemente. Per due anni si è affamato la Grecia mentre si guadagnava tempo per mettere in sicurezza le banche tedesche e francesi, riassestate dal recente prestito a tasso quasi zero di oltre 1000 miliardi di Euro (che per pensionati, lavoratori e malati di Atene non ci sono...). Non a caso ora i burocati europei e gli arroganti tedeschi parlano con tranquillità di una possibile uscita di Atene dall'Euro. Hanno pagato i greci per tutti, adesso possono anche morire.
Thursday, 19 January 2012
Terza Guerra Mondiale
Il termine, invero un pò forte, è stato evocato dal banchiere d'affari Guido Vitale in una intervista sul Corriere della Sera. Il tema in discussione erano le agenzie di rating e il declassamento di quasi tutta l'Europa, compreso l'Efsf, in cui ci sarebbe lo zampino americano. Il concetto, in forma un pò più soft, è stato ripreso anche da Olli Rehn che ha definito le suddette agenzie "uno strumento del capitalismo USA".
Non sono bei segnali. Per difendere la City, il Regno Unito sta velocemente abbandonando l'Europa, mentre a Bruxells si comincia a covare il (sensato) sospetto che la finanza, largamente anglosassone, abbia anche un progetto politico.
Nei paesi meridionali dell'Europa si nutre lo stesso dubbio nei confronti della Germania, che deliberatamente strozza Grecia, Italia e Spagna a favore del capitale tedesco - e magari per comprare a prezzi stracciati quello che rimarrà del Mediterraneo. La situazione è talmente grave che pure il moderatissimo Monti invita i tedeschi a non confondere autorevolezza ed autoritarismo.
Ed anche Draghi ha cominciato a chiedere più soldi a Berlino, ma dalla Germania hanno prontamente risposto che non daranno un marco per salvare l'Italia. E ad Atene, intanto, il default è ormai scontato e mancano le aspirine dalle farmacie.
Tutti contro tutti. La crisi globale del capitalismo si sta velocemente trasformando in crisi politica, le cui conseguenze, imprevedibili, ridisegneranno i rapporti di forza a livello mondiale per il prossimo secolo. Con un'unica certezza: l'Europa ne uscirà con le ossa rotte.
Non sono bei segnali. Per difendere la City, il Regno Unito sta velocemente abbandonando l'Europa, mentre a Bruxells si comincia a covare il (sensato) sospetto che la finanza, largamente anglosassone, abbia anche un progetto politico.
Nei paesi meridionali dell'Europa si nutre lo stesso dubbio nei confronti della Germania, che deliberatamente strozza Grecia, Italia e Spagna a favore del capitale tedesco - e magari per comprare a prezzi stracciati quello che rimarrà del Mediterraneo. La situazione è talmente grave che pure il moderatissimo Monti invita i tedeschi a non confondere autorevolezza ed autoritarismo.
Ed anche Draghi ha cominciato a chiedere più soldi a Berlino, ma dalla Germania hanno prontamente risposto che non daranno un marco per salvare l'Italia. E ad Atene, intanto, il default è ormai scontato e mancano le aspirine dalle farmacie.
Tutti contro tutti. La crisi globale del capitalismo si sta velocemente trasformando in crisi politica, le cui conseguenze, imprevedibili, ridisegneranno i rapporti di forza a livello mondiale per il prossimo secolo. Con un'unica certezza: l'Europa ne uscirà con le ossa rotte.
Wednesday, 11 January 2012
Compagno Sarkò...
All'ultimo vertice europeo si è visto uno scatenato membro del movimento no-global rivendicare le sue scelte senza compromessi, neanche si fosse sulle piazze di Seattle o Genova. No, non era Ignacio Ramonet, era in realtà Sarkozy che, impassibile davanti al netto rifiuto inglese, annunciava che la Tobin Tax europea si farà, ed anche subito.
Perbacco, come cambia il mondo. Non è solo Sarkozy ad aver messo i panni del rivoluzionario. In Italia Tremonti ha fatto quello che Prodi si era rifiutato di fare solo pochi anni prima, ha alzato le tasse sulle rendite finanziarie. Monti addirittura manda gli ispettori a Cortina, sembra quasi Bertinotti lanciato asta in resta al grido "anche i ricchi piangono". La Repubblica apre dossier sulle spese militari e l'acquisto dei caccia, forse con l'intento di sostituirsi a Liberazione (che per il momento vive sul web). Montezemolo&c. sostengono la patrimoniale, manco fosse Rifondazione nel 96, e pure il timidissimo Obama solidarizza con Occupy Wall Street.
Tutte cose impensabili fino a 3-4 anni fa. Per 10 anni ci siamo sentiti dire che la sinistra era ancorata a bandiere del passato, che era demagogica, populista e, ci mancherebbe pure altrimenti, che non poteva governare. Infatti, hanno governato gli altri, salvo poi scoprire che hanno sbagliato tutto e hanno portato l'Occidente al disastro.
Non può che far piacere che il programma economico di diversi leader europei sembri (a prima vista..) scritto scopiazzando da movimenti e partiti che "l'avevano detto" con largo anticipo. Ammettere gli errori è il primo passo verso la salvezza, si potrebbe dire. Mancano però un paio di elementi. Il primo è che il programma, a causa dei ritardi, è un pò datato e và aggiornato con la fine dell'indipendenza della BCE e il credito diretto alle imprese senza foraggiare la rendita bancaria. Il secondo è che quando nella vita si è capito di aver sbagliato tutto è giunto il momento di togliersi di torno.
Au revoir....
Perbacco, come cambia il mondo. Non è solo Sarkozy ad aver messo i panni del rivoluzionario. In Italia Tremonti ha fatto quello che Prodi si era rifiutato di fare solo pochi anni prima, ha alzato le tasse sulle rendite finanziarie. Monti addirittura manda gli ispettori a Cortina, sembra quasi Bertinotti lanciato asta in resta al grido "anche i ricchi piangono". La Repubblica apre dossier sulle spese militari e l'acquisto dei caccia, forse con l'intento di sostituirsi a Liberazione (che per il momento vive sul web). Montezemolo&c. sostengono la patrimoniale, manco fosse Rifondazione nel 96, e pure il timidissimo Obama solidarizza con Occupy Wall Street.
Tutte cose impensabili fino a 3-4 anni fa. Per 10 anni ci siamo sentiti dire che la sinistra era ancorata a bandiere del passato, che era demagogica, populista e, ci mancherebbe pure altrimenti, che non poteva governare. Infatti, hanno governato gli altri, salvo poi scoprire che hanno sbagliato tutto e hanno portato l'Occidente al disastro.
Non può che far piacere che il programma economico di diversi leader europei sembri (a prima vista..) scritto scopiazzando da movimenti e partiti che "l'avevano detto" con largo anticipo. Ammettere gli errori è il primo passo verso la salvezza, si potrebbe dire. Mancano però un paio di elementi. Il primo è che il programma, a causa dei ritardi, è un pò datato e và aggiornato con la fine dell'indipendenza della BCE e il credito diretto alle imprese senza foraggiare la rendita bancaria. Il secondo è che quando nella vita si è capito di aver sbagliato tutto è giunto il momento di togliersi di torno.
Au revoir....
Friday, 30 December 2011
Per fortuna che Monti c'è...
Ma il governo Monti non era stato nominato per risolvere la crisi? Non si era detto che la sola presenza di super-Mario avrebbe abbassato lo spread di 200 punti? Che non si poteva aspettare (leggi: votare) perchè si era in emergenza? E che la finanziaria era indispensabile per ridare fiducia ai mercati?
Beh, dopo tutto questo, lo spread con i bund è ancora sopra quota 500 e oggi il governo non ha potuto completare l'asta dei Btp perchè i rendimenti richiesti erano troppo alti.
Certo, sarebbe ingiusto giudicare un governo per il lavoro fatto in 2 mesi scarsi. Ma il presupposto dell'emergenza è fare il lavoro in fretta. E magari farlo anche bene. Cosa che, con tutta evidenza, non è stata fatta.
Beh, dopo tutto questo, lo spread con i bund è ancora sopra quota 500 e oggi il governo non ha potuto completare l'asta dei Btp perchè i rendimenti richiesti erano troppo alti.
Certo, sarebbe ingiusto giudicare un governo per il lavoro fatto in 2 mesi scarsi. Ma il presupposto dell'emergenza è fare il lavoro in fretta. E magari farlo anche bene. Cosa che, con tutta evidenza, non è stata fatta.
Tuesday, 20 December 2011
Fallimento programmato
Il governo dei ripetenti sta portando l'Italia verso il baratro. I numeri - del lavoce.info, non del Comintern - parlano chiaro:

fonte: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002741.html
Traduciamo. A fronte della manovra di Monti - e di quelle precedenti di Berlusconi - il PIL italiano, la famosa crescita, si inabisserà. L'unica maniera per evitare il peggio sarebbe svalutare (caso A), opzione esclusa a meno che non si esca dall'Euro.
Nel caso B, cioè l'effetto netto delle manovre, l'Italia perderà il 2% di Pil il prossimo anno, e quasi il 5% nel corso dei prossimi 3 anni.
Ma la situazione peggiore e pure più probabile, è il caso C - qualora anche altri paesi dell'area Euro applichino una stretta fiscale come previsto dal nuovo trattato europeo. Se così fosse, il paese entererà in una pesantissima recessione, perdendo quasi il 6% del Pil nel 2012, ed un altro 3,3% nel 2013.
Una catastrofe sociale, disoccupazione alle stelle, con il Paese a quel punto probabilmente forzato ad uscire dall'Unione Monetaria e con la stessa unità nazionale a rischio.
Questa è la ricetta dei professori: deprimere l'econmia per ottenere una svalutazione interna e salari bassi e recuperare produttività sulle spalle dei lavoratori. Una ricetta buona (anzi, no: sbagliata - basta guardare cosa succede in Grecia) solo su alcuni libri di macroeconomia, ma non certo nella vita reale.
E' una ricetta buona solo per un fallimento programmato.
fonte: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002741.html
Traduciamo. A fronte della manovra di Monti - e di quelle precedenti di Berlusconi - il PIL italiano, la famosa crescita, si inabisserà. L'unica maniera per evitare il peggio sarebbe svalutare (caso A), opzione esclusa a meno che non si esca dall'Euro.
Nel caso B, cioè l'effetto netto delle manovre, l'Italia perderà il 2% di Pil il prossimo anno, e quasi il 5% nel corso dei prossimi 3 anni.
Ma la situazione peggiore e pure più probabile, è il caso C - qualora anche altri paesi dell'area Euro applichino una stretta fiscale come previsto dal nuovo trattato europeo. Se così fosse, il paese entererà in una pesantissima recessione, perdendo quasi il 6% del Pil nel 2012, ed un altro 3,3% nel 2013.
Una catastrofe sociale, disoccupazione alle stelle, con il Paese a quel punto probabilmente forzato ad uscire dall'Unione Monetaria e con la stessa unità nazionale a rischio.
Questa è la ricetta dei professori: deprimere l'econmia per ottenere una svalutazione interna e salari bassi e recuperare produttività sulle spalle dei lavoratori. Una ricetta buona (anzi, no: sbagliata - basta guardare cosa succede in Grecia) solo su alcuni libri di macroeconomia, ma non certo nella vita reale.
E' una ricetta buona solo per un fallimento programmato.
Subscribe to:
Posts (Atom)



